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Scaccia-pedofilo


NY-Independence Day 2007


Fratelli e sorelle, vi prego, guardatevi
Dal dare il vostro cuore a un cane
perché lo laceri.
R.Kipling

Lui è   Dump .
Mi ha trovato dieci anni fa da sotto
un sedile rovesciato di auto,
in mezzo ad una discarica abusiva
di detriti edili ed altre amenità.
Contava quaranta giorni, circa.
Da quel giorno sono convinto che,
se esiste, il paradiso non sarà
il paradiso se non ci sarà il mio cane
ad aspettarmi. O viceversa.


Gregory Bateson
[1904-1980]
Antropologo, Sociologo, Cibernetico,
conosciuto come Gregory, è stato
uno dei più importanti studiosi
dell’organizzazione sociale
del'900.
Opponendosi strenuamente a quegli
scienziati che cercavano di
"ridurre" ogni cosa alla pura
realtà osservabile, si fece carico
di reintrodurre il concetto di " Mente "
all’interno di equazioni
scientifiche scrivendo due famosi libri
( Verso un’ecologia della Mente
e Mente e Natura ).
Dal suo punto di vista la Mente
è la parte costituente
della "realtà materiale"
di conseguenza non ha senso cercare
di scindere la mente dalla realtà.
Molti pensatori lo inquadrano
nel movimento anti-psichiatria
per aver fornito un modello
e una nuova epistemologia
per sviluppare una rinnovata
comprensione della follia umana,
nonchè per la scoperta della
teoria del doppio legame.
Con i colleghi Warren McCulloch ,
Gordon Pask , Ross Ashby , Heinz Foerster ,
Norbert Wiener e altri, contribuì
ad elaborare la scienza cibernetica.
Fu l’ispiratore di parecchi modelli e
approcci nel campo della psicoterapia,
tra i quali quello della MRI
Interactional School
di Weakland , di Jackson , Watzlavick
e moltre altre scuole di terapia familiare
(tra cui la scuola di Milano di
Mara Selvini Palazzoli )
e influenzò direttamente terapisti come
Brad Keeney , Tom Andersen ,
Lynn Hoffmann e molti altri.

Colui che vuol far del bene ad un altro
deve farlo nei Minuti Particolari. 
Il Bene generale è la scusa del furfante,
dell'ipocrita, dell'adulatore.

Intanto lo rileggo :


Una verità Eterna:
Molti ho incontrato
che volevano
ingannare,
ma che volessero
farsi ingannare,

nessuno.

S.Agostino

Ben lungi dal subordinare
la libertà individuale
allo Stato,
è lo Stato,
la comunanza,
che bisogna sottomettere
alla libertà individuale
Pierre Joseph Proudhon

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più
sulla bilancia
Nazim Hikmet

Credo che ci siano due tipi di persone
al mondo: quelle che hanno
credenze mistiche,
e quelle che non ce l'hanno.
Questi ultimi credono che la vita
sia tutto ciò che abbiamo,
e che dobbiamo godercela e
aiutare gli altri a godersela.
Gli altri pensano che la vita futura
sia più importante di quella presente,
e temo che faranno saltare in aria il mondo
Harold Kroto
premio Nobel per la chimica del 1996


Quando i missionari vennero per la prima volta
nella nostra terra,
loro avevano le Bibbie e noi avevamo la terra.
Cinquant'anni dopo,
noi avevamo le Bibbie e loro avevano la terra.
Jomo Kenyatta
primo presidente del Kenya indipendente  

    
      Norma Jeane Mortensen


My blog is worth
$11,290.80 .

How much is your blog worth?


 

Web-Lord di Warwick e
unofficial Kingmaker(s)
di Walter Veltroni



 

 


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prendendo spunto da
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Diario | Kerouac&Co | Embryonic Journey | '77: Dopo Marx, aprile. |
 
'77: Dopo Marx, aprile.

10 novembre 2007

77: Grasso di foca, Sandokan e la conta

quel ‘77 ci è piombato addosso come una slavina di giovani selvaggi”
[Renato Curcio]

domenica sera, chiudo la valigia. di sicuro, lei, mia madre ha messo tutto l’occorrente. e qualcosa di più. ma non m’impiccio. lei è così: previdente. e non credo che capirò mai questa differenza. della sua previdenza, dico. lei, la fantasia, la dedica anche a queste cose. io no. insomma, mi sembra di sprecarla per una semplice valigia da preparare… gli anfibi stanno strizzati dentro una busta di cellophane, imburrati dal grasso di foca. una bella invenzione l’anfibio, specialmente quando la suola crocchia sulla neve sotto il piede asciutto. lo so, magari è una sensazione militarista, ma questo è, se cammini a Bologna nevicata. il grasso di foca è un’altra cosa ed è una sensazione skifosa e non è che puoi spalmarlo con qualcosa, che qualunque arnese andrebbe bene ma non quanto le calde aderenti versatili mani. e non sopporto le mani untebisunte, specialmente le mie. le mie mani da musicista, già. mi preoccupa l’astinenza dai tasti e dalle corde che mi allunga la paranoia perché non potrò esercitarmi per cinque-lunghi-giorni-su-sette, cinque-giorni-su-sette, proprio ora che cominciavo a diventare bravino. e dovrò accorciare le unghie ed usare i plettri digitali ed abituarmici e ne risentirà il finger-picking che al solo pensiero mi sento come un mustang selvaggio appena sellato…

insomma si riparte. dopo l’ultima cena anticipata della domenica, perché solo il tempo per l’ultima cena ti lascia, il treno che parte alle 20.06 e non si può partire alle 20.06, la domenica sera, non si può proprio partire a quest’ora, cazzo. non te la gusti proprio, l’ultima cena. gli altri, i pisani o i genovesi, avranno tutto il tempo per farsela sino in fondo, la serata. magari incuffiati nello stereo, o nella radio. sicuramente alla tivù, con la domenica sportiva che è pure a colori o con Sandokan-che-sale-e-scende-la-marea – come per Rudy, che ha appena telefonato che non parte stasera, ma domattina, così si spara la tigre-della-malesia, ora che è alla quinta puntata e c’è da liberare Marianna - ora che è innamorato di Francesca e quindi si identifica, dice.

mi sveglio. e l’occhio assonnato scorre sul letto vuoto di Rudy/Sandokan, mentre Bob Rock lo sento che ancora russa. e mi dico che perderò la conta perché lui ha culo e io sono sfigato nella conta. con tutti e tre avremmo tirato a sorte ed avrei avuto almeno una chance in più. così toccheranno a me i metri di aria gelida – è scritto - ed entrare nell’altra stanza per accendere la stufa a gas, mentre ascolto la condensa dietro il tendaggio scivolare sui vetri come rugiada di primavera, ma oltre i vetri ci sta Bologna e la sua nebbia densa come fumo e la sua neve ghiacciata. cerco ancora riparo sotto le coltri, che già il naso si è freddato. nel brivido delle lenzuola umidicce tento di ricacciarmi nel sonno. ma è troppo tardi, perché Bob Rock non russa più. e le lezioni cominceranno tra scarsa un’ora. ma percheccazzo è così freddo e così sacrificale stare all’alma-mater-studiorum per fare/ domani(?)/il/medico e in un flash mi ricordo dei calzerotti di lana fatti con ferro da calza n^12, stipati nella valigia che si inguantano perfetti ai miei piedi e benedetta sia ora e sempre la santa previdenza di mamma mia. e così sia.

8 novembre 2007

Il 77 e la destabilizzazione (Parte 1)

Il ‘77. Dice Renato Curcio il fondatore delle Br: quel ‘77 ci è piombato addosso come una slavina di giovani selvaggi.
"Slavina" è la parola giusta. Il Movimento, come lo chiamano, è qualcosa di imprevedibile, di inarrestabile. Le Br cercano disperatamente di chiudergli le porte avendo capito che ne sarebbero travolti, una chiusura totale, maniacale, disperata. Il nucleo storico ma anche Moretti e Fenzi, i brigatisti nuovi della O, l’organizzazione che viene dopo il primo slancio rivoluzionario, capiscono a tatto, a odore, a istinto o prima che a ragione che la slavina giovanile è qualcosa di anarcoide che ha tagliato i ponti con la storia di famiglia, con il partito comunista, con gli operai, con la disciplina leninista, con i pugni di acciaio. Ricorda il brigatista Ognibene: noi dal carcere ci rendevamo conto che non saremmo mai riusciti a controllare quella leva giovanile. Nel ‘77 ogni possibilità di costituire un partito era caduta, le forze sociali in movimento erano troppo composite, i nostri legami con l’esterno erano stati sommersi dalla quantità di lotte ambigue e mutevoli. A un certo punto fra noi del gruppo storico si arrivò a dire: “Compagni noi le Brigate rosse le abbiamo fatte, potremmo anche disfarle”.

Destabilizzare è un termine che – più di altri - appartiene alla stagione del terrorismo e significa rendere instabile, turbare con azioni eversive un sistema, solitamente il sistema politico e le sue istituzioni. Ne discende, quindi, che chi compie un percorso destabilizzante, lo fa per conseguire lo scopo di mettere in crisi lo status quo di un sistema, di solito preludio di un cambiamento radicale dello stesso. E ciò vale per ogni sistema complesso, compreso, per esempio, quello denominato Brigate Rosse. (Di solito, le BR più che “sistema”, vengono definite “organizzazione”, tralasciando la fondamentale caratteristica di “struttura”, organizzata, nel loro caso, per cellule n.d.B.).
Credo che da questo punto di vista, le riflessioni di Curcio ed Ognibene sul movimento 77, acquistino senso e significato.
Se, infatti, diamo un’occhiata più da vicino alla cronologia di quel periodo, non si possono non notare coincidenze di fatti e circostanze che connettono BR e movimento 77: nel corso del 1976, dopo il nuovo arresto di Curcio, catturato assieme ad altri militanti, l'impianto organizzativo delle BR, sancito nelle Risoluzioni del 1974 e del 1975, subisce una trasformazione radicale che non resterà senza conseguenze nel dibattito interno. Più precisamente: il Fronte delle grandi fabbriche viene assorbito all'interno del Fronte della lotta alla controrivoluzione. Il quale verrà poi articolato al suo interno in vari settori d'intervento. Questa trasformazione costituisce una vera e propria “seconda fondazione delle BR”: tutti i comparti e tutte le attività dell'organizzazione vengono ripensati per mettere meglio a punto “l'attacco al cuore dello Stato”. Il capo delle Brigate Rose ora è Mario Moretti e come sintetizzò il Generale Dalla Chiesa nella sua deposizione alla commissione sul terrorismo nel 1982:Le BR senza Moretti sono una cosa. Le BR con Moretti sono un’altra.”
1° febbraio
: scoppia il Movimento del ’77
Il 12 febbraio
: con il ferimento intenzionale di Valerio Traversi, dirigente del ministero della Giustizia, la Colonna di Roma compie la sua prima azione
11 marzo
, Bologna: una manifestazione di Comunione e liberazione viene presa di mira dagli autonomi. Il rettore dell’università di Bologna chiede l’intervento della polizia; durante gli scontri che seguono muore lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta continua; seguono ore di autentica guerriglia per le strade di Bologna. Stessa situazione, il giorno dopo, nelle strade di Roma: una manifestazione di 50.000 giovani da vita, con il concorso determinante della polizia, alla più aspra giornata di guerriglia dal dopoguerra.
Il 28 aprile 1977
, le BR uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino.
Si tratta - non a caso – del primo omicidio “a freddo”.

FRANCESCHINI I primi morti li facciamo nel 1976 (tolta la parentesi dei due missini di Padova, che però è veramente un incidente). Infatti ci vuole anche un modo di porsi, una capacità psicologica. Noi non ce l’avevamo certamente.
PRESIDENTE. Ma Coco non è prima del 1976?
FRANCESCHINI. No, è del 5 giugno 1976. Fino ad allora noi praticamente non abbiamo ammazzato nessuno (tolto, ripeto, quell’incidente a Padova). Per me ancora è un episodio veramente non chiaro.
PRESIDENTE. Il mancato rispetto del patto è la ragione dell’omicidio Coco.
FRANCESCHINI. Esatto, rispetto a Sossi.
Tratto da qui

(prima parte)

20 ottobre 2007

Le donne del 77: La pelle cambiata

Quando si affronta il tema delle donne, in questo blog – e nella first life - le donne si prendono la parola.

Qui c’è Verena Stefan:

Uno baciava con passione e irruenza, tanto da sentirne i denti –
Ed io baciavo con passione ed irruenza.
L’altro baciava delicatamente e trovava tutto il resto acerbo e immaturo –
Ed io baciavo delicata e matura.
Uno preferiva le gambe chiuse, l’altro aperte e distese, il terzo aperte e sulla tua schiena –
Ed io tenevo le gambe chiuse o aperte e distese o aperte e sulla schiena.
Uno voleva andare avanti tutta la notte, l’altro poteva solo una volta –
Ed io andavo avanti tutta la notte o potevo solo una volta.
Uno voleva sempre rapporti genitali, l’altro non lo riteneva così importante –
Ed io avevo sempre rapporti genitali o non lo ritenevo così importante.
Uno poteva dormire solo nel suo letto, l’altro doveva girarsi dall’altra parte, il terzo voleva rimanere vicino –
Ed io dormivo sola nel mio letto o mi giravo dall’altra parte e rimanevo vicina.

Se amavo un uomo era fin dall’inizio con disperazione, speravo di piacergli. Se ciò avveniva, non gli credevo. Io stessa mi amavo
meno di prima.

la cosa più difficile da imparare a formulare fu la parola no. Anticipazioni di essa furono:
in realtà… non ho
sai. Trovo che
con questo voglio solo dire
intendo soltanto…
capisci, cosa intendo dire?

E qui, Cristina Lasagni:

Il movimento delle donne è esistito prima e dopo gli anni settanta. Credo che quel periodo non sia omologabile a nessun altro momento della storia del femminismo per una ragione: perché è stato caratterizzato da una pratica inedita e radicale, che ha messo in crisi i modi tradizionali di intendere la politica, la relazione tra pubblico e privato, le relazioni uomo donna, le concezioni di famiglia, di sessualità…

Mi riferisco alla pratica dell’autocoscienza. Se dovessi raccontare ad una ragazza che cosa era l’autocoscienza, direi che è stata il tentativo di non dar nulla per scontato: di riscoprire, poco a poco, riunione dopo riunione, i significati delle parole importanti per la nostra vita: corpo, amore, politica, sessualità, famiglia, lavoro… E’ stata una pratica tutt’altro che astratta, perché nasceva da un bisogno, da una necessità concreta: quella di non affidarci ad un senso che non ci bastava più, che sapevamo irrimediabilmente dettato dalla stessa cultura maschile che stavamo mettendo in discussione.

Probabilmente a questo punto la ragazza mi guarderebbe perplessa e mi chiederebbe: “Ma, insomma, praticamente cosa facevate? In cosa consisteva questa autocoscienza?”

Allora dovrei raccontarle dei gruppi di donne che sera dopo sera si riunivano nelle case, a discutere e a cercare un modo diverso di farlo, con intreccio continuo tra i terreni della politica e quelli della vita privata.

8 ottobre 2007

1977-2007: Piazza Verdi, Bologna

Piazza Verdi, dove il desiderio diventava parola.

Agorà, foro e arena.

Ma anche fortezza, bunker, piazza d´armi.

Nella notte della rabbia, ogni presenza estranea fu distrutta. Il Cantunzèin, ristorante à la page dove Zangheri invitava gli stranieri e presentava la grande trovata del capitalismo gestito dai compagni. Bruciato. Ora c´è una copisteria: resta un fantasma, l´incongruo tettuccio a tegole con l´edera rampicante…

E i totem di Pomodoro raro esempio bolognese di scultura moderna all'aperto. Situati al centro di uno dei luoghi simbolo, ricoperti di scritte e manifesti. Li hanno trasferiti alla Galleria d'Arte Moderna.

Cosa sia piazza Verdi oggi, la cronaca lo racconta. La nera.

A Parigi questa piazza sarebbe il foro della cultura. La piazza della Sorbona è sopravvissuta così alla fine delle rivolte. Piazza Verdi no.

Sul muro di fianco alle Scuderie, allora mensa studentesca, tremulano al vento le offerte di posti-letto. Euro 250 in doppia, 320 e anche 370 in singola incuranti dello stanco bivacco punkabbestia, mentre i pusher aprono le saracinesche.

C´era una ri/volta in piazza Verdi.

Adesso non c´è più.

4 ottobre 2007

77: Il “Camillino”…

Sadr, Gaza, Beirut, Praga, Pechino?
Macchè. Bologna, dalle parti di Piazza Maggiore.
E’ un M113, soprannominato Camillino(*). Come il celebre gelato dimenticato.
Fa ancora una certa impressione, mentre spiana la mitraglia (Browning M2)verso il porticato…


(*)
L’ M113 è il più diffuso veicolo corazzato “multipurpose” finora mai realizzato; prodotto in serie negli USA dal 1960 (e successivamente su licenza in numerosi altri Paesi), è stato costruito in oltre 80.000 esemplari di svariate versioni ed è stato adottato da più di 50 Stati (Italia compresa, dove dal 1964 è stato prodotto da OTO MELARA – FIAT in oltre 5000 esemplari, in parte esportati).

Destinato ad operare su terreno vario a fianco dei carri armati, l’M113 è un cingolato anfibio con sovrastruttura in lega di alluminio; nonostante il peso ridotto la sua corazzatura assicura all’equipaggio la protezione contro le schegge di granata, contro la fiamma ed il tiro delle armi portatili.

In virtù del suo peso relativamente contenuto l’M113 può essere paracadutato sul campo di battaglia ed anche trasportato al gancio da un elicottero CH 47.

PRINCIPALI VERSIONI PRODOTTE IN ITALIA ED IN SERVIZIO NELL’E.I

VCC-1 “CAMILLINO” o M113 A-1 versione nazionale (1974):

derivato dal tipo più elaborato dell’M113; trattasi infatti dell’M113 A-1 originale (1970) con alcune importanti modifiche (intese soprattutto ad aumentarne la resistenza balistica) che hanno trasformato il veicolo da semplice A.P.C. Armoured Personnel Carrier (trasporto corazzato di personale). a temibile I.A.F.V. (Infantry Armored Fighting Vehicle) (mezzo da combattimento anti fanteria) […]

3 ottobre 2007

Cossiga: il mio 77

Qualche domanda e, soprattutto, qualche risposta.
Giusto per inquadrare il contesto: di allora e di oggi. Parla Francesco Cossiga.

[L’Autonomia n.d.B.]
E' un mondo disperato che nella politica non vede risposta.
Che sconvolge Bologna.
Il comunista fa l'insurrezione per occupare il Palazzo d'Inverno. Per un disegno politico.
I comunisti fanno la rivoluzione quando si impadroniscono delle caserme e quando hanno un settore dello Stato a loro favore.
 
Non occupano l'Università di Bologna, assaltano la sede della DC, saccheggiano ristoranti.
Non scrivono Cossiga con la K, quando era a favore del compromesso storico!
L'assurdo era questo: Kossiga che manda i blindati, col consenso del PCI e di Zangheri piangente.
(F. Cossiga)



Presidente Cossiga, nel suo libro 1977 Lucia Annunziata la chiama Dottor Stranamore, e la accusa di aver «fatto dello scontro politico una sfida personale con il movimento.
Sono amico della Annunziata, le presenterò il libro; così come ho amici cari tra gli ex di Lotta continua, tra i ragazzi del '68. Credevano di essere un grande partito operaio, i veri rivoluzionari. Non avevano capito che, se avesse potuto, Togliatti la rivoluzione l'avrebbe fatta eccome, proprio come a Praga, Varsavia, Sofia.

Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del '77?
La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell'anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell'Interno più democratico che potessimo avere.

Ma l'Autonomia e la "sponteneità" venivano criminalizzate.
L'Autonomia è finita con Bologna. Io volli e consentii che si svolgesse il Convegno Internazionale sulla repressione. Quello dei 40 mila. Ricordo la telefonata di Scalfari, mi disse che ero pazzo. Ricordo la telefonata del Cardinale di Bologna che mi ricordò la coincidenza con il Corpus Domini, anzi con il Congresso Eucaristico, in San Petronio. "Eminenza, a che ora la funzione?", domandai. Il mio Capo gabinetto prospettava di far arrestare e espellere gli intellettuali francesi. Dissi di lasciarli venire. Finita le manifestazione, li avremmo rispediti. E la manifestazione ebbe la possibilità di svolgersi, libera. Alla fine dissi: aprite le autostrade, organizzate i treni, lasciateli andar via, a chi fa il matto però botte da orbi. E lì fu la morte dell'Autonomia.

Non ha nulla da rimproverarsi?
Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l'autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell'università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l'ultima spazzolata, e l'autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate Rosse e Prima Linea.

Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all'università di Roma o a Bologna?
Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l'avremmo controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si spinsero le teste calde verso la violenza armata.

Ne parlò mai con suo cugino Berlinguer?
Berlinguer pose come condizione, per sostenere con l'astensione il primo governo Andreotti, che io rimanessi al Viminale, dove mi aveva messo Moro. Non avevamo bisogno di parlarne. E la disposizione che avevo dato alla polizia era: se sono operai, giratevi dall'altra parte; se sono studenti, picchiate tosto e giusto. Mai più i morti di Reggio Emilia. Dal Pci non vennero mai critiche alla linea dura.

2 ottobre 2007

Promesse e debiti

Nel commentare un post, da mi chiese se fossi o no un “nostalgico” del 77. Gli promisi che gli avrei risposto. Ed io sono il tipo che crede ancora che una promessa sia un debito (ho un debito anche con teresa-Delicious, circa un’identità che è ancora anonima…).

No. Non c’è rimpianto e non c’è tristezza. Anzi, devo confessare che avverto semmai molta compassione.

Il 77 bolognese fu un contesto irreplicabile e inimitabile: non tanto perché, banalmente, la storia non torna indietro, bensì perché non può neppure essere catalogato come un periodo storico. In termini storiografici durò lo spazio di un mattino e ciò – tra i molti - fu un pregio: lo zen non può che risiedere nel lampo, nella scintilla, nell’ attimo. Il resto è menata – per usare un termine in voga allora. Non vi fu neppure contaminazione – o per meglio dire – influenzabilità tra i protagonisti: il linguaggio, i gesti, l’essenza del sentire, il desiderio, il piacere, le attività, gli atteggiamenti, i comportamenti – in breve, la comunicazione - era di certo condivisa, ma nasceva in ognuno, per usare un’iperbole, miracolosamente. Ed era autonoma ed indipendente: non era slang perché non semantica sostituiva, né esperanto perché non artificiosa, né artefatta. Per esemplificare: il femminista “IO SONO MIA” o il movimentista “RIPRENDIAMOCI LA VITA” non erano semplici slogan. Erano sì sintesi, ma di un modo di vivere nella pratica del quotidiano, con le proprie incertezze, contraddizioni, conflitti, angosce, paure, gioie e dolori e quant’altro, che ognuno sperimentava nel personale e nel privato, cioè nelle proprie relazioni – dimensioni (il personale e il privato) che allora, come oggi, dal punto di vista ideologico, rimangono categorie prive di significato e quindi inaccettabili. Da rimuovere. Da esorcizzare. Da contrastare. Stava lì la morte delle ideologie e non nella caduta del muro di Berlino, altroché. Proprio da lì, nacque lo scontro sociale. Ma questo riguarda il potere ed è un’altra storia. Per ora, almeno.

Dicevo della compassione. Certo, non la provo nei confronti dei poveri untorelli. E come potrei? Quelli erano studenti fuori sede per scelta e non per necessità. La decisione di abbandonare – seppur part-time – la famiglia, gli agi, le comodità significava - allora in misura più ragguardevole che oggi - affrontare i moltissimi sacrifici che tale scelta prefigurava, ma non era un’ emigrazione: calabresi, campani, pugliesi, ma anche liguri, veneti, piemontesi… avevano semplicemente deciso di confluire laddove si sarebbero formati al meglio. Sotto ogni angolazione: culturale, intellettuale ed umana. Inoltre erano consapevoli dei rischi che avrebbero condotto alla risultanza dell’odierna penosa realtà sociale, economica e morale.

Provo compassione, invece, per chi a/traverso la cooptazione - strumento formidabile – crede che gli sarà assicurata – ma a che prezzo? - visibilità, un pò di soldi, magari l'inserimento nella comunità politica, un presente conformista e una vecchiaia tranquilla.

E naturalmente, la provo per i recalcitranti (pochi ed esclusi), verso cui esiste ancora un sistema repressivo sperimentato e rodato negli anni dell'emergenza ed oggi perfezionato esteso e pervasivo fin negli interstizi della vita sociale, che assicura mano libera e legittimità ad ogni forzatura dello stato di diritto.

1 ottobre 2007

’77: nel ricordare Andrea

Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr'anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni.
Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali e nel '74 sono divenuto socio di una galleria d'arte a Pescara: "Convergenze", centro di incontro e di formazione, laboratorio comune d'arte. Sempre nel '74 sono sul Bolaffi. Dal '75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal '71 al '73 ai marxisti-leninisti.
Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mal curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d'inverno porto sempre i guanti.
Ho la patente da sei anni ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal '76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile "Frigidaire". Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista ch'io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli.
Morirò il sei gennaio 1984.

Si sbagliò. Fu il 16  giugno del 1988. A 32 anni



29 settembre 2007

Bifo, a proposito di leader... #1

Madames et Monsieurs: Bifo.

28 settembre 2007

1977: Zangheri e Roversi

Renato Zangheri, sindaco di Bologna di quegli anni, in una recente intervista ha riconfermato:

«Nel ‘77 noi mettemmo al primo posto la difesa dell´ordine democratico e io fui accusato di un eccesso di rigidezza, ma non potevo scegliere altrimenti e lo svolgimento dei fatti mi ha dato ragione. Ricordo che alcuni intellettuali francesi, compreso un maestro come Jean Paul Sartre, avevano creduto alla favola di una Bologna capitale della repressione e dei comunisti italiani non del tutto democratici. Proposero che in città si tenesse un convegno internazionale contro quella repressione e noi accettammo la sfida. Il convegno dimostrò che a Bologna ci si poteva benissimo riunire e anche contestare il Comune. Insomma, non vi fu lo scontro con la città, ma il tutto si svolse democraticamente. Certo, avevamo alle spalle, e pesava, la sciagurata uccisione di Lorusso».

Ad onor del vero, oltre agli intellettuali francesi Foucault, Deleuze e Guattari – e ben prima – una voce italiana si era levata al di sopra del magma stagnante dell’establishment culturale, sospettosamente letargico ed allineato. Quella di Roberto Roversi. Spedita il 5 aprile all’Unità”,  il giornale la pubblicò soltanto due settimane più tardi, il giorno 20, e solo nella pagina 11 della cronaca locale. Due giorni dopo fu pubblicata interamente sul quotidiano il Manifesto. Si tratta di una lunga missiva, che però val la pena di ri/leggere:

Egregio Direttore, su L'Unità di domenica 3 Renato Zangheri ha scritto come sindaco di Bologna e come militante comunista molto importante.

Per contribuire in qualche modo, con onestà, al dibattito che è in corso, chiederei che sui quattro giorni della mia città fosse ascoltata anche la campana del sottoscritto, semplice cittadino, indipendente; che in passato e anche il 20 giugno ha votato per il PCI; che votò a suo tempo proprio per Zangheri (di cui ha stima vera); ma che oggi si sente insoddisfatto delle analisi compiute all'interno di quei fatti. E dunque si sente insoddisfatto anche dello scritto di Zangheri.

Entro in merito. Non mi sembra che quelle quattro giornate siano state rintuzzate e vinte; mi sembra invece che il tentativo eversivo di criminalizzare Bologna, avviato altre volte in passato e senza un risultato per la reazione pronta decisa unitaria della città, questa volta abbia in qualche modo prevalso; e che la città sia uscita dalla prova con le ossa rotte. Ci vorrà tempo, ci vorranno opere, ci vorranno attente e pre cise parole per ricucire; soprattutto occorrerà una chiarezza di fondo che non mi sembra ancora di cogliere.

In che senso intendo "con le ossa rotte"? L'intendo cosi: per avere subito il ricatto eversivo senza una reazione lucida e immediata paragonabile alle altre volte, quando occorreva; per tiepidezza di guida politica e di riferimento ideologico; per non aver potuto identificare subito il Comune come il centro a cui rivolgersi per capire; per non aver ricevuto in merito informazioni chiare e immediate; al contrario, per avere vissuto di voci, di notizie verbali porta a porta e per aver dovuto attingere queste informazioni dalla stampa borghese o da alcune radio alternative (stante che la politica della "comunicazione" non ha ancora messo in atto a Bologna alcun strumento che non sia delegato o ufficiale; ed è arretrante e non corretto, a mio parere, mitizzare Radio Alice come il mostro della favola mentre è un centro di distribuzione della comunicazione che ha subìto, per le generali, una detestabile sopraffazione. Siamo tutti convinti, è vero, che gli errori si debbono contestare uno per uno; ma in pubblico, non costringendo al silenzio col coltello alla gola).

Una presenza politica a cui riferirsi senza intermediari, la quale aiutasse a precisare e a spiegare con chiarezza e giustizia, quanto più possibile, avrebbe evitato la frana che c'è stata. (Questa latitanza, a mio parere, è conseguenza di una scelta politica a livello nazionale che dovrebbe essere tutta riconsiderata. Ci si è defilati affidando la città esclusivamente alle forze dell'ordine per confermare la proposta di una propria disponibilità governativa e per ribadire in pubblico un intransigente legalitarismo che sostenesse la proposta. Anche se le migliaia di uomini armati, a cui si affidava 1'opera pratica di ricondurre in città l'ordine dilacerato, avevano messo Bologna in uno stato d'assedio, presentandosi con una rapidità di intervento e di manovra tali da far pensare a preveggenza. E loro avevano innescato il fuoco con un assassinio a freddo).

Bologna, a mio parere, aveva l'obbligo di assumere in proprio il primo morto giovane caduto sulle sue strade e non doveva (né poteva) rassegnarsi a emarginarlo rifiutandosi di dargli il proprio nome e di coprirlo con un pezzo di bandiera. Credo che questo sia da ripetere con disperazione della mente, per un'occasione mancata. Chi non ha veduto la città nelle quattro sere, dentro al suo centro storico che pareva fatto solo di pietre morte e coperta dal fiato di quattromila uomini armati, non può immaginare il peso della delusione.

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell'eccidio, per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un'azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all'autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale. Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo. Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera. Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro. Mi aspettavo anche che piazza Maggiore fosse e restasse illuminata a giorno, per chiamare suggerire parlare, e non lasciata spenta viscida fredda orribile. Mi aspettavo che la città, proprio lì, celebrasse subito e ancora una volta il suo grande rito politico di ritrovare la voce per continuare a parlare e a capire, mentre il fuoco era in atto. Sicché ci fosse ancora una volta la conferma che liberi cittadini di una libera città non delegavano a nessuno l'impegno dell'ordine libero e sapevano come sempre muoversi e agire dentro ai propri errori, al proprio dolore e alla durezza degli atti. Senza opporre violenza a violenza, ma solo la forza di una pronta e militante convinzione unitaria (dura, decisa e di massa) ai fucili spianati e allo svolgersi della trama eversiva.

Avrei voluto anche sentire subito qualche affermazione di autocritica ufficiale rivolta agli studenti, che sono spesso meno avventati di quanto la prosopopea ufficiale sostenga per un ovvio tornaconto. Un'autocritica del seguente tenore: la città di Bologna non vive per gli studenti, benché ne accolga sessantamila; e neppure vive con gli studenti, benché ne accolga sessantamila; ma vive sopra gli studenti, cioè sui sessantamila studenti; in questo, con vergogna, come una città terziaria. E perciò se c'è rabbia è una rabbia da distribuire; e se ci sono errori, questi errori sono di tutti. Così dicendo, anche i tanti concittadini benpensanti (e a ogni livello) invece di discettare con un perbenismo viscido su scarsa o buona voglia di studiare avrebbero dovuto guardarsi allo specchio (magari raccattando un pezzo di vetrina spaccata) e interrogarsi. E' mancata una voce che parlasse, e che spiegasse, in quella direzione.

Avrei naturalmente biasimato la violenza contro le povere vetrine (perché la violenza è sempre ignobile e da tempo non è più rivoluzionaria ma è solo oggetto e metodo di chi ha il potere di farla opprimendo e uccidendo), ma avrei indicato subito quale terribile violenza (ufficiale) veniva messa in atto contro la città e contro tutte le istituzioni della libertà, partendo dal sangue di un giovane generoso, passando attraverso i cristalli rotti e legandosi a un piano di sovversione che dura da interminabili diciassette anni e che ha fatto dell'Italia un paese unico al mondo.

Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessità. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante. Dopo cento anni, e per una volta, ancora carogna. Avrei voluto che aprisse tutte le sue porte invece di chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi.

La ringrazio. E mi sottoscrivo

Roberto Roversi

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ottobre